Oggi ha la psicologa. Non vorrei più portarla dalla “dottoressa dei giocattoli”.
La bambina entra e lei mi chiude sempre la porta in faccia. Se i bambini hanno bisogno delle sue cure è sempre colpa nostra, dei genitori. Facciamo tutto sbagliato, dice lei.
La dottoressa dei giocattoli sorride e inclina leggermente la testa, mi dice “Ci vediamo tra un’ora”, ma con gli occhi mi ripete ancora una volta che sono un’incapace.
Ci sono sette tipologie di genitori, solo due sono corrette. Ed è così facile rientrare nelle altre cinque tipologie.
Piango ogni volta che mi sbatte in faccia la realtà. Mi riempie di fogli, appunti, teorie. Se seguo le regole tutto andrà bene. Ma non ci riesco, sono una donna debole, distratta. Una pessima mamma.
Sarebbe bello se la dottoressa dei giocattoli si facesse piccina. La porterei con me, seduta sulla mia spalla e mi suggerirebbe in un orecchio come mi devo comportare in ogni momento.
È come se la bambina si ribellasse a qualcosa, alla mia presenza nella sua vita. Eppure io non faccio altro che amarla e adorarla.
Vorrei entrare anch’io nella stanza dei giocattoli. Perché non posso entrare? Voglio prendere un giocattolo e mettermi tranquilla in un angolo a giocare.
Sono sicura che dopo sarei un’altra mamma. Sono certa che scoprirei come essere una mamma migliore giocando un po’ in quella stanza.
Alla fine di ogni incontro con la dottoressa dei giocattoli mi sento distrutta, vorrei solo buttarmi sul letto e dormire per una settimana.
Lei parla veloce, non ha tempo da perdere. Il prossimo bambino già aspetta fuori la porta della stanza dei giocattoli, quanti genitori sciagurati ci sono al mondo. Scrive appunti pieni di frecce, collegamenti e poi me li mostra sottolineando i passaggi importanti.
Io dovrei assimilare tutto quello, ripetere con la bambina i comportamenti giusti, imparare a sapere cosa fare in ogni situazione.
Mentre mi spiega per l’ennesima volta – non sono una cretina, anche se lo pensi – mi concentro sul tatuaggio che ha sull’avambraccio, sugli occhiali a punta e sulle sue labbra sottili, impertinenti. E mi dimentico immediatamente tutto quello che ha detto.
Vorrei supplicare di farmi entrare nella stanza dei giochi, di farmi passare un’ora da sola a giocare, seduta per terra e lasciare il mondo di fuori. Non la disturbate, silenzio. Tornate tra almeno un’ora.
Le spiegazioni, le teorie comportamentali, le regole, che ne parli con mia figlia. È grande abbastanza per capire, se qualcuno glielo spiega bene, che sua madre ha bisogno solo di un po’ di tempo.
Siamo partite con la macchina e poco dopo le lacrime mi hanno annebbiato la vista. L’altra macchina è sbucata fuori dal nulla e io ho frenato tardi. Ci siamo prese un bello spavento.
“Scusami. Sono la peggior mamma che ti potesse capitare” le ho detto.
Lei si è tolta la cintura e mi ha abbracciata forte. “Non è niente mamma, solo un piccolo incidente. L’importante è che stiamo bene”.
Milena Martin per Redazione VediamociChiara
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